lunedì 11 giugno 2012

Ultimo giorno di Liceo

Ho sempre immaginato il mio ultimo giorno di scuola superiore come un momento speciale, certamente fuori dall'ordinario. Gioioso e al tempo stesso malinconico, perché si vede chiudersi una parte importante della nostra vita, un tempo che non tornerà più. Come tutti sapete oggi ciò non è stato possibile perché cose ben più gravi sono successe. Ho deciso comunque di pubblicare un pensiero annotato da me qualche mese fà in attesa di questo giorno:

"Scrivo queste righe che ritengo doverose volutamente prima dell' inizio degli esami per evitare che questa mia riflessione possa essere influenzata dall'esito della maturità, qualunque esso sia. Ho amato e amo la mia scuola e sono stata di giorno in giorno sempre più contenta di averla scelta. Mi ha dato tanto e io ho cercato di fare lo stesso: vi ho conosciuto grandi persone, compagni e professori, che mi hanno capita, incoraggiata, arricchita come studente e come persona. Una scuola dura, intensa, severa ma al tempo stesso bellissima e tutte le amicizie che ho stretto in questo percorso sono così forti anche perché sono basate sulla condivisione di gioie e dolori che si sono intervallati in questi cinque anni. Grazie a tutti e in bocca al lupo."

                                                                                                       Massa, 9 giugno 2012

mercoledì 21 marzo 2012

Facebook: quando anche amare diventa di moda


C’ è un momento nella giornata di ognuno di noi, in cui si ripensa a tutto ciò che si è detto, fatto, provato, qualche secondo di silenzio in cui i pensieri affiorano dalla confusione della nostra testa e li vediamo, davanti a noi. Proviamo per un attimo ad immaginare di poter fare questo stesso viaggio pensando non ad una giornata, ma alla nostra intera vita; allora saremmo in grado di valutare quali istanti siano stati davvero impagabili, irripetibili e quali invece abbiano perso il loro valore dimostrandosi falsi o sciocchi ma saremo in grado di fare ciò solo se avremmo dato alle nostre emozioni un giusto nome e saremmo riusciti a capire come esprimerle. Nasce da questo l’ idea di fare una riflessione sulle parole, sul loro significato profondo e poi non tanto soggettivo. Chiunque sia iscritto a Facebook o abbia un rapporto con il mondo giovanile potrà facilmente sentire  ragazze della nostra età chiamarsi “amore” e dirsi senza troppa difficoltà ne imbarazzo “ti amo!”, questo fatto, lo confesso, mi ha sempre lasciato un po’ stupita, certo ognuno dà alle parole un valore soggettivo e sicuramente qualcuno potrebbe obbiettare che questa parola, dal significato così forte, venga usata per esprimere un sentimento maggiore dell’ amicizia…Ma siamo sicuri non ci siano alternative? Credo che ciò che muove in questa “direzione” sia quella pigrizia letteraria che  porta tanti di noi a non usare i congiuntivi, a parlare con abbreviazioni, a rispondere a monosillabi. Ma stavolta stiamo andando a toccare un tema molto delicato. E’ anche grazie alle parole che possiamo esprimere i nostri sentimenti più profondi, sono le parole che ci permettono di far prendere valore al silenzio, sono le grandi parole che hanno reso famoso il nostro paese, le culture e la letterature di ogni tempo sono pervase dall’ amore, sentimento capace di svelare fragilità anche dei grandi personaggi della storia,  che diventano così più umani e più vicini a noi, da Dante a Hikmet, da Saffo alla Fallaci; l’ amore si fa verso, canto, rabbia, pianto, lotta.
Lasciare che esca, come qualsiasi altra parola,  dalla nostra bocca è  svuotarla della sua magia senza attendere l’ attimo in cui pronunciarla ci renderebbe per sempre partecipi della sua immortalità.
                                                                               

venerdì 17 febbraio 2012

La pioggia nel pineto

Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.
Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse,
piove su i pini
scagliosi ed irti,
piove su i mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
su i ginepri folti
di coccole aulenti,
piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l'anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
t'illuse, che oggi m'illude,
o Ermione.

Odi? La pioggia cade

su la solitaria
verdura
con un crepitío che dura
e varia nell'aria
secondo le fronde
più rade, men rade.
Ascolta. Risponde
al pianto il canto
delle cicale
che il pianto australe
non impaura,
nè il ciel cinerino.
E il pino
ha un suono, e il mirto
altro suono, e il ginepro
altro ancóra, stromenti
diversi
sotto innumerevoli dita.
E immersi
noi siam nello spirto
silvestre,
d'arborea vita viventi;
e il tuo volto ebro
è molle di pioggia
come una foglia,
e le tue chiome
auliscono come
le chiare ginestre,
o creatura terrestre
che hai nome
Ermione.

Ascolta, ascolta. L'accordo

delle aeree cicale
a poco a poco
più sordo
si fa sotto il pianto
che cresce;
ma un canto vi si mesce
più roco
che di laggiù sale,
dall'umida ombra remota.
Più sordo e più fioco
s'allenta, si spegne.
Sola una nota
ancor trema, si spegne,
risorge, trema, si spegne.
Non s'ode voce del mare.
Or s'ode su tutta la fronda
crosciare
l'argentea pioggia
che monda,
il croscio che varia
secondo la fronda
più folta, men folta.
Ascolta.
La figlia dell'aria
è muta; ma la figlia
del limo lontana,
la rana,
canta nell'ombra più fonda,
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su le tue ciglia,
Ermione.

Piove su le tue ciglia nere

sìche par tu pianga
ma di piacere; non bianca
ma quasi fatta virente,
par da scorza tu esca.
E tutta la vita è in noi fresca
aulente,
il cuor nel petto è come pesca
intatta,
tra le pàlpebre gli occhi
son come polle tra l'erbe,
i denti negli alvèoli
con come mandorle acerbe.
E andiam di fratta in fratta,
or congiunti or disciolti
(e il verde vigor rude
ci allaccia i mallèoli
c'intrica i ginocchi)
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su i nostri vólti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l'anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
m'illuse, che oggi t'illude,
o Ermione. (Gabriele D' Annunzio)


Commento
L' occasione per la composizione di questa poesia è offerta da un evento inatteso: il poeta è sorpreso, mentre si trova in una pineta, da uno scrocio di pioggia. D'Annunzio, tramite l' enigmatica figura di Ermione, introduce il lettore in un paesaggio che appare tanto realistico (per la minuziosa descrizione delle piante presenti) quanto trasfigurato. Fondamentale nella creazione di quest' atmosfera surreale è la struttura sintattica: vi è la netta prevalenza della paratassi per asintoto, la quale, insieme all' anafora di "e", dà l' idea dell' avvicendarsi serrato delle percezioni sensoriali ed emotive. I numerosi enjambement conferiscono musicalità e velocità al componimento che è caratterizzato da un linguaggio di registro medio, impreziosito da latinismi come "aulenti, silvani, cinerino", e spezzato in brevi ed incisive frasi. Da notare l' uso di figure retoriche tipiche del decadentismo come l' onomatopea "crociare" o le frequenti similitudini. Sono proprio questi numerosi paragoni "volto ebro...come una foglia, chiome...come le chiare ginestre, occhi...come palle, denti...come mandorl" e le più rare metafore "pino, mirto, stromenti sotto innumerevoli dita" a favorire la fusione uomo - natura. Nella poesia infatti trova la sua massima espressione il "panismo", presente già in altre poesie di D' Annunzio, e la metamorfosi dei due protagonisti avviene tramite la pioggi: prima essa baglia le loro mani e  loro visi, poi la sua continua caduta, espressa dall' anafora del verbo "piove", arriva a renderli creature "d' arborea vita viventi". Ammonendo Ermione a tacere e ascoltare, il poeta contemporaneamente ne descrive la trasfigurazione: essa è "quasi fatta virente" tanto è immersa nella natura. I due, attori e al tempo stesso spettatori di questa magia, avanzano insieme "or congiunti or disciolti" verso quell' ignoto assoluto ("chi sa dove! chi sa dove!") che i decadenti tanto cercavano. Le loro identità sono unite dal  "verde vigor rude", che sale sulle loro gambe, e dalla pioggia che fonde i loro corpi così come i loro spiriti. Il componimento si chiude ripentendo un gruppo di versi iniziali, quelli che più chiaramente esprimono l' effetto della pioggia estiva: ciò è segno che il poeta ha osservato il paesaggio, lo ha filtrato con la sua sensibilità e lo ha offerto al lettore. Ma dopo il viaggio ideale verso l' ignoto non gli resta che tornare alla "favola bella", fatta disillusioni e di speranze, da cui lui e Ermione sono partiti. 






Ovviamente tutto ciò è  una mia liberissima (e quindi opinabilissima) interpretazione.

domenica 12 febbraio 2012

A scuola di responsabilità: incontro con Don Luigi Ciotti

Nella mattinata di mercoledì 8 febbraio presso l’ aula magna del liceo classico “P. Rossi” Don Luigi Ciotti ha incontrato gli studenti dell’ istituto, in occasione della settimana di lezioni alternative. Il fondatore di Libera ha preso spunto per il suo intervento da alcune provocazioni che gli sono state poste da tre alunne ed ha esordito in modo particolare, invitando gli ascoltatori a “cancellare” per qualche istante la parola “mafia” dalla loro mente, in modo da potersi guardare attorno e capire come il problema della legalità non riguardi solo certe regioni d’ Italia ma tutto il nostro paese. Animato da un trasporto indicibile, Don Luigi ha parlato per quasi due ore, è riuscito a catturare e mantenere l’ attenzione dei presenti  portando esempi concreti, come le storie di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Rita Atria ma anche presentando con forza i principi alla base dello stato, quei valori che Libera vuole difendere. Giustizia e dignità umana: sono questi i punti fondanti della società civile, ma questi non possono esistere se non c’ è la responsabilità “spina dorsale del nostro paese”. Rispondendo alle domande Don Luigi si è soffermato soprattutto sul tema dell’ “educazione alla legalità democratica”, ha più volte ribadito che “la legalità è lo strumento, il mezzo per arrivare al fine, la giustizia” e ha insistito sul fatto che tutti noi cittadini, non possiamo chiedere allo stato di fare la sua parte nella lotta alla mafia se prima ognuno non riflette sulla propria condotta. Il suo intervento ha profondamente coinvolto i giovani ascoltatori per il suo taglio storico, pragmatico e sociale. Non è mancato però un momento in cui, sollecitato da una specifica domanda, Don Ciotti ha parlato anche del suo essere sacerdote e ha spiegato come questa vocazione possa coesistere con il suo impegno in Libera, associazione che si definisce “apartitica” e “anticonfessionale”: la sua vita cristiana infatti si arricchisce confrontandosi con quella di altre persone ebree, islamiche o atee, che lavorano insieme per raggiungere obiettivi comuni. Questa varietà è un valore aggiunto all’ interno Libera e dovrebbe essere sempre considerata tale: “Guardiamoci, che bello! In questa stanza siamo tanti e siamo tutti diversi!”, ha esclamato Don Luigi sorridente. A chi gli chiedeva qual è lo scopo delle varie iniziative che Libera promuove e coordina, Don Ciotti ha risposto che è certamente l’ educare noi stessi alla “nostra responsabilità” e il diffondere questi valori tramite l’ istruzione pubblica perché, come disse Antonio Caponnetto: “La mafia teme la scuola più della giustizia. L'istruzione taglia l'erba sotto i piedi della cultura mafiosa”. Libera infatti, oltre a coordinare più di 1500 associazioni, porta avanti progetti in 4500 scuole d’ Italia ed è quindi in contatto con i giovani che, Don Ciotti ha precisato, prima di essere il futuro del nostro paese ne sono anzitutto il presente. Dopo un’ ampia parte dedicata  a questi temi, Don Luigi ha ricordato la sua esperienza all’ interno del “Gruppo Abele” (da lui stesso fondato nel 1965 a sostegno di persone in difficoltà a causa tossicodipendenze o disagi sociali) e ha sottolineato che le droghe e le nuove forme di dipendenze, come l’ uso smodato di internet o il gioco d’ azzardo, sono espressione di un malessere che non può e non deve essere sottovalutato.

domenica 5 febbraio 2012


I legami più difficili da spezzare, sono quelli che hanno inconsciamente posto le loro radici in fondo al cuore: estranei alla ragione, stretti in un abbraccio.

sabato 4 febbraio 2012




Ho esitato a trapassare
il velo della verità.
Consciamente abbandonata
nel sogno della tua perfezione.

domenica 8 gennaio 2012

Presepe Vivente Interattivo


C’ è una profonda differenza tra vivere il Presepe Vivente da spettatori o da personaggi, perché coloro che hanno dato vita, in questi giorni, agli abitanti di Betlemme o di Gerusalemme hanno cominciato il loro cammino verso la capanna, qualche mese fa, e come ogni viaggio che può definirsi tale, ci sono stati imprevisti, ripensamenti, scoperte. Ho cominciato la mia seconda avventura come popolana nel Presepe Vivente Interattivo tre anni dopo la prima volta, cresciuta, maturata ma, devo ammetterlo, con entusiasmo “timoroso”, per i molti impegni e per la compagnia con cui cominciavo quest’ esperienza. Non so bene cosa mi ha fatto trovare la forza di non mollare, di mantenere l’ impegno preso, forse il ricordo positivo dell’ edizione passata o forse quella forza che spinge a fare certe cose per un motivo che al momento ci sfugge ma che appare poi in tutta la sua chiarezza, e così è stato. Ho capito fin da subito che quest’ anno sarei necessariamente dovuta uscire dalla mia casetta di Betlemme, che Sarah (questo  è il mio nome ebraico) avrebbe dovuto fare  passi avanti, conoscere nuovi compagni di strada. Superato il blocco iniziale, mentre un po’ di tensione  infondo resta sempre, ho imparato ad esprimere un po’ meglio i miei pensieri, a leggere sui volti delle migliaia di persone che ho incontrato le loro attese, le delusioni, le domande non espresse. E’ incredibili la diversità delle reazioni che i tanti visitatori hanno avuto alle nostre domande: alcuni sono riusciti a guardarci in faccia e ci hanno parlato, mentre camminavano, altri invece non aspettavano altro che potersi fermare e porci, magari con sfida, domande insidiose, ma la maggior parte aveva voglia di entrare un mondo diverso, dove poter in un certo senso tornare ingenui e curiosi. Tra le tante parole dette, tra le tante storie sfiorate, voglio condividerne una particolare: la sera del 5 gennaio mi viene chiesto di cambiare postazione, accetto.
Per mia fortuna mi viene messa accanto Ester, molto più esperta e preparata di me, grazie alla quale posso entrate con facilità in contatto con quasi tutti i visitatori che arrivano, vista l’ ora tarda, a gruppi di dieci o quindi persone. La postazione ci aiuta, si tratta di una cantina arredata a casa, che attira  la curiosità di chi vi passa accanto, fin da subito vediamo tante persona sbucare dalla porticina, restare sull’ uscio ad osservare e commentare sotto voce: cogliamo l’ occasione per invitarli ad entrare e, se vogliono, a sedersi con noi. Riusciamo a parlare quasi con tutti ma resta ovviamente un certo distacco, anche perché siamo all’ inizio del percorso e la gente è ansiosa di proseguire. Ecco però che tra un’ ondata e un’ altra, si affacciano alla porta una giovane ragazza e una signora: a differenza degli altri, accettano subito e molto volentieri di sedersi un po’ con noi, sono loro a porre domanda, la ragazza ci guarda sorridente, profondamente interessata alle informazioni che le stiamo dando. Ripetiamo a tutti quelli che entrano (da un mezz’ ora buona ormai) di Joshua, di Miriam, di Joseph e di come sono arrivati in città, ma mentre racconto alle due donne questa solita storia, ogni parola acquista una sfumatura nuova, diversa, aggiungo dettagli, capisco che quello che sto dicendo ha davvero un valore per lei che mi guarda con occhi pieni di una curiosità quasi infantile che si mescola con la sensibilità e la serietà dell’ adulto. Il nostro incontro, il nostro confronto, perché questo è stato, è durato almeno tre minuti, cosa rara, e dopo averle detto quanto so, le ribadisco che io infondo non sono ancora stata a vedere quel bambino, e che magari: “Voi potente andare e…”, “E tornare a raccontare!” dice lei. Prima di andare ci chiede se può farsi una foto con noi, aderenti al nostro personaggio non cadiamo nella trappola, rispondiamo “foto? non so di cosa parli…”, “Voglio portare a casa il vostro ricordo” ci spiega, a questo punto, molto volentieri, accettiamo. E quando la vedo uscire dalla porta, penso che non sarò più qui quando avrà finito il giro e visto Joshua, il turno ormai è alla fine e non potrà veramente “tornare a raccontare” perché Sarah sarà tornata ad essere Irene,  il Presepe sarà chiuso  e la finzione avrà lasciato spazio alla realtà, ma forse c’ è qualcosa di questa magia che posso e devo portare con me…