"A tutti i giovani raccomando: aprite i libri con religione, non guardateli superficialmente, perché in essi è racchiuso il coraggio dei nostri padri. E richiudeteli con dignità quando dovete occuparvi di altre cose. Ma soprattutto amate i poeti. Essi hanno vangato per voi la terra per tanti anni, non per costruivi tombe, o simulacri, ma altari. Pensate che potete camminare su di noi come su dei grandi tappeti e volare oltre questa triste realtà quotidiana." ( da "La vita facile")
martedì 22 novembre 2011
Alda Merini
giovedì 17 novembre 2011
Confessione
Se guardo bene dentro di me, nel silenzio della stanza, vedo la certezza profonda di dover trovare un senso alla mia vita tramite le parole. Perché non è esauriente parlare della vita in senso lato, è strettamente necessario parlarne non come entità unica e complessa, ma come un insieme denso e pulsante di avvenimenti diversi. E allora la persona che ora sta scrivendo, tra vent’ anni conserverà dentro di se la stessa essenza che ora la contraddistingue ma che sarà stata arricchita e plasmata dalle emozioni vissute nel tempo. Scrivo per non perdere la traccia di ciò che sono e di ciò che diventerò, scrivo con il terrore crescente di non essere all’ altezza di farlo, ma provo liberazione nell’ ordinare e riversare su questo foglio le mie più grandi sensazioni, perché scrivere come sto facendo io ora, è liberarsi da ogni freno, è pensare che non tutto ciò che mi circonda finirà, è la convinzione più profonda ed efficace che si possa andare oltre le nostre semplici azioni di ogni giorno e che a noi sia ancora aperta una strada verso una dimensione più bella e più nobile. Non so dire di più, non so spiegare quale sia, per me oggi è l’ idea che la mia vita non debba essere come tutte le altre, io voglio sentirmi presente, voglio potermi capire quanto basta per intrappolare i miei pensieri su di un foglio vuoto e farne una confessione indomita e forse ingenua a me stessa, e a chiunque creda che sia ancora possibile e giusto rischiare sognando.
mercoledì 2 novembre 2011
Alluvione
Quando nei giorni scorsi pensavo a quanto è successo ad Aulla, mi limitavo a costruire nella mia mente una sequenza di immagini viste in televisione, scorci, spezzoni, frammenti di una realtà trasformata, ma ciò che veramente fa capire cosa è accaduto, è stato scendere dal treno e cominciare a sentire il fango sotto i piedi. Ancora lontana dal centro mi infilo gli stivali, mi guardo attorno, la prima mattina di novembre è resa tiepida dal sole ma opaca dalle polveri che si diffondono dalle strade. La città è un cantiere aperto, ovunque ruspe, camion, volontari con pale e caschetti. Sui muri resta il segno di dove è arrivata l’ acqua, metri e metri sopra l’ argine di un Magra che oggi è ridotto ad un fiumiciattolo, dentro alle case il fango impasta i ricordi e sommerge la quotidianità. Aiuto a togliere il fango da un garage, portiamo via carriole piene di cassette, scarpe, giocattoli, tutto quello che emerge da una coltre di melma che arriva alle caviglie. Sui volti della gente la tristezza per questo fango che sembra non finire mai, che occupa ogni centimetro del pavimento della scuola elementare, irriconoscibile, tanto da apparire abbandonata da anni, se non fosse per i pennarelli che ogni tanto ci capitano tra le mani a ricordarci come solamente pochi giorni fa, questa città aveva un altro volto. L’ acqua ha agito come un evento inatteso, che arriva all’ improvviso travolgendo tutto ciò che da tempo campeggia nella nostra mente, spazza via le cose troppo vecchie e fragili, confonde la verità, nasconde le certezze. La natura, così come la vita, non hanno i nostri ritmi e sono pronte a cambiare quando noi stiamo ancora cercando di apprezzare ciò che abbiamo. Ma se si decide di non lasciarsi portare via dalla corrente, l’ unica cosa che si può fare è cercare di ripartire, ritrovando il pavimento che, sotto al fango, c’ è ancora, ripulendo le piazze per nuove giornate, facendo spazio nella testa per nuove emozioni, da mettere accanto a quanto ha resistito all’ alluvione. Ciò che mi porto dentro da questa giornata ad Aulla è l’ assenza di parole, non posso dire silenzio perché la mancanza dei rumori del traffico era compensato dal fragore delle macchine, ma il lavorare intensamente con una persona sconosciuta e sentire che in quel momento non c’ è bisogno di dire nulla. Tornata a casa però mi sono venute in mente le parole di Roberto Saviano, che, parlando di cosa vuol dire scrivere, ha detto: “Tutto quello che vivi lo vivi perché pensi possa arrivare un giorno il tempo di raccontarlo”. Sento profondamente mie queste parole, per come sottolineano che prima di scrivere bisogna fare esperienze e per come suggeriscono che raccontare è il primo passo per non dimenticare.
domenica 30 ottobre 2011
Temporale
Dove nascono le nuvole?
Le conosci solo quando sono già arrivate, nere, altere, pesanti. Si spingono, si reggono, si fondono in un' unica macchia che immensa aleggia sopra la tua testa, ed è proprio quando distogli lo sguardo che la pioggia ti sorprende con la sua fredda insistenza. Allora non resta che attendere e cercare riparo negli angoli più intimi e protetti, lontano dal freddo, lontano dall' umido che si attacca alla pelle. Oppure le vedi passare in silenzio, animate solo dal vento che le spinge a sorpassare le cime più alte, dove non sai se lasceranno lacrime. Rimmarrà di quel giorno un ricordo appannato, come di un tempo passato nell' attesa di volgersi, e ritrovare il sereno.
Le conosci solo quando sono già arrivate, nere, altere, pesanti. Si spingono, si reggono, si fondono in un' unica macchia che immensa aleggia sopra la tua testa, ed è proprio quando distogli lo sguardo che la pioggia ti sorprende con la sua fredda insistenza. Allora non resta che attendere e cercare riparo negli angoli più intimi e protetti, lontano dal freddo, lontano dall' umido che si attacca alla pelle. Oppure le vedi passare in silenzio, animate solo dal vento che le spinge a sorpassare le cime più alte, dove non sai se lasceranno lacrime. Rimmarrà di quel giorno un ricordo appannato, come di un tempo passato nell' attesa di volgersi, e ritrovare il sereno.
Pensiero notturno
A volte la mia mente ti oscura, ti mette in un angolo, appannando la tua immagine, sommergendola con mille altre idee. Ti vedo, ti sento, ma non mi risuona dentro la tua presenza. Poi, d' un tratto, attraversi la coltre di buio, il tuo sguardo mi sorprende e mi ritrovo indifesa. So che dovrei distogliere lo sguardo, ma non ci riesco e sono persa, tristemente ingenua, come chi non vuole aprire gli occhi per non svegliarsi da un sogno bellissimo e non capisce che la realtà ha già preso il sopravvento.
mercoledì 19 ottobre 2011
E sempre bella era: il vento le scopriva il corpo,spirandole contro gonfiava intorno la sua veste
e con la sua brezza sottile le scompigliava i capelli
rendendola in fuga più leggiadra. Ma il giovane divino
non ha più pazienza di perdersi in lusinghe e, come amore
lo sprona, l’incalza inseguendola di passo in passo.
Come quando un cane di Gallia scorge in campo aperto
una lepre, e scattano l’uno per ghermire, l’altra per salvarsi;
questo, sul punto d’afferrarla e ormai convinto
d’averla presa, che la stringe col muso proteso,
quella che, nell’incertezza d’essere presa, sfugge ai morsi
evitando la bocca che la sfiora: così il dio e la fanciulla,
un fulmine lui per la voglia, lei per il timore.
Ma lui che l’insegue, con le ali d’amore in aiuto,
corre di più, non dà tregua e incombe alle spalle
della fuggitiva, ansimandole sul collo fra i capelli al vento.
Senza più forze, vinta dalla fatica di quella corsa
allo spasimo, si rivolge alle correnti del Peneo e:
«Aiutami, padre», dice. «Se voi fiumi avete qualche potere,
dissolvi, mutandole, queste mie fattezze per cui troppo piacqui».
Ancora prega, che un torpore profondo pervade le sue membra,
il petto morbido si fascia di fibre sottili,
i capelli si allungano in fronde, le braccia in rami;
i piedi, così veloci un tempo, s’inchiodano in pigre radici,
il volto svanisce in una chioma: solo il suo splendore conserva.
Anche così Febo l’ama e, poggiata la mano sul tronco,
sente ancora trepidare il petto sotto quella nuova corteccia
e, stringendo fra le braccia i suoi rami come un corpo,
ne bacia il legno, ma quello ai suoi baci ancora si sottrae. E sempre bella era: il vento le scopriva il corpo,
spirandole contro gonfiava intorno la sua veste
e con la sua brezza sottile le scompigliava i capelli
rendendola in fuga più leggiadra. Ma il giovane divino
non ha più pazienza di perdersi in lusinghe e, come amore
lo sprona, l’incalza inseguendola di passo in passo.
Come quando un cane di Gallia scorge in campo aperto
una lepre, e scattano l’uno per ghermire, l’altra per salvarsi;
questo, sul punto d’afferrarla e ormai convinto
d’averla presa, che la stringe col muso proteso,
quella che, nell’incertezza d’essere presa, sfugge ai morsi
evitando la bocca che la sfiora: così il dio e la fanciulla,
un fulmine lui per la voglia, lei per il timore.
Ma lui che l’insegue, con le ali d’amore in aiuto,
corre di più, non dà tregua e incombe alle spalle
della fuggitiva, ansimandole sul collo fra i capelli al vento.
Senza più forze, vinta dalla fatica di quella corsa
allo spasimo, si rivolge alle correnti del Peneo e:
«Aiutami, padre», dice. «Se voi fiumi avete qualche potere,
dissolvi, mutandole, queste mie fattezze per cui troppo piacqui».
Ancora prega, che un torpore profondo pervade le sue membra,
il petto morbido si fascia di fibre sottili,
i capelli si allungano in fronde, le braccia in rami;
i piedi, così veloci un tempo, s’inchiodano in pigre radici,
il volto svanisce in una chioma: solo il suo splendore conserva.
Anche così Febo l’ama e, poggiata la mano sul tronco,
sente ancora trepidare il petto sotto quella nuova corteccia
e, stringendo fra le braccia i suoi rami come un corpo,
ne bacia il legno, ma quello ai suoi baci ancora si sottrae.
(Le Metamorfosi, Ovidio) -Apollo e Dafne-
giovedì 6 ottobre 2011
Elogio di un genio moderno
Qualche settimana fa, mi era capitato per caso di ascoltare il video del discorso di Steve Jobs a Stanford. Chiamato a rivolgersi ai dei neolaurati, il creatore di Macintosh, il non - laureato, uomo di successo Steve Jobs cattura per quindici minuti gli ascoltatori con un monologo unico nel suo genere, perfetta mescolanza di autubiografismo e filosofia, "sogno americano" e disillusione di chi ha visto la sua vita sul procinto di finire più volte: per crisi, frustrazioni, malattie. Wikipedia, (che sì, per ora è ancora aperta) lo definisce "imprenditore e informatico statunitente", ma è certamente la prima componente che lo ha reso grande: Jobs non è un nerd che trascorre i suoi pomeriggio rinchiuso in un mondo virtuale, è un giovane disorientato come tanti altri che finito il liceo non sa che fare della sua vita. E' in questo bivio che emerge il suo essere intraprendente, Jobs fa fruttare i suoi interessi, triplica le sue quotazioni personali, inventa l' Apple II, il primo personal computer, fonda Macintosh viene cacciato dalla sua stessa azienda, cade, intuisce il valore culturale ed economico di Pixar, NeXt e le acquista per poi rivenderle e sfruttare quanto imparato e rendere sempre più grande la linea Apple. Come tutte le grandi azioni, le sue mosse hanno comportato numerose e varie conseguenze, e come tutte le grandi imprese non si sa bene se chi le ha compiute si sarebbe immaginato tutto ciò che ne è derivato: da universitario fallito Steve è il padre putativo di internet, una delle menti che hanno reso il mondo sempre più globale astratto e personale. La musica da tenere in tasca, internet sempre a portata mano, i libri digitali, sono i primi frutti di una mentalità nuova che varca i limiti della comunicazione e della condivisione, sono la forza che tiene Jobs dal non franare nella retorica durante il suo discorso: la pragmaticità.
La genialità di Jobs pone le sue basi su questa voglia di rischiare, di andare oltre: a quello che è sicuro per cercare ciò che è incerto ma rende felici, a ciò che già esiste per cercare qualcosa di meglio e vivere sempre con coraggio e intraprendenza. Per dirla a modo suo "Stay hungry stay foolish".
Quando avevo 17 anni, lessi un brano che diceva più o
meno: "se vivi ogni giorno come se fosse l'ultimo, prima o poi lo sarà
veramente". Rimasi impresso, e da allora, per gli ultimi 33 anni, ho
guardato nello specchio ogni mattina e mi sono chiesto: "se oggi fosse
l'ultimo giorno della mia vita, vorrei veramente fare quello che sto per fare
oggi?" E ogni volta che la risposta fosse "No" per troppi giorni
di seguito sapevo di aver bisogno di cambiare qualcosa. Ricordare che morirò
presto è stato lo strumento più importante che mi ha consentito di fare le
scelte più grandi della mia vita. Perchè praticamente tutto - tutte le
aspettative, l'orgoglio, le paure di fallire - tutte queste cose semplicemente
svaniscono di fronte alla morte, lasciandoci con quello che è veramente
importante. Ricordarsi che moriremo è il modo migliore che conosco per evitare
le trappola di pensare di avere qualcosa da perdere. Siete già nudi. Non c'è
nessun motivo per non seguire il vostro cuore."
La genialità di Jobs pone le sue basi su questa voglia di rischiare, di andare oltre: a quello che è sicuro per cercare ciò che è incerto ma rende felici, a ciò che già esiste per cercare qualcosa di meglio e vivere sempre con coraggio e intraprendenza. Per dirla a modo suo "Stay hungry stay foolish".
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