domenica 17 novembre 2013

L'esistenza della diversità e la diversità dell'esistenza

L’uno dopo l’altro, l’uno dopo l’altro, i secondi si rincorrevano: regolari e incalzanti. La lancetta aveva già fatto cinque giri e trequarti da quando Alice aveva preso a fissarla. Erano le 3:54 del 1 gennaio.
Alice se ne stava nel letto rannicchiata, immobile, sotto al piumone che le lasciava scoperti solamente gli occhi e metà di naso, ghiacciato. La serata era durata anche troppo, avevano retto fino alle 2:30 tutti assieme attorno al camino, poi finalmente la compagnia si era scolta e lei aveva potuto ritrovarsi nell’unica condizione che le si addiceva in quel momento: la solitudine.
In fondo non le era mai piaciuta la notte di capodanno, l’aveva sempre considerata una grande bugia collettiva. Tanti propositi per l’anno nuovo destinati a durare quanto un colpo di petardo, tante attese per una serata sempre destinata “indimenticabile” ma che puntualmente diventava per lei qualcosa da rimuovere per noia, per imbarazzo, per delusione.
Eppure c’era qualcosa che la notte di San Silvestro era in grado di scatenare in lei: l’insorgere insistente di domande ricorrenti, che da tempo indefinito si portava dentro e che periodicamente riemergevano, come un riflusso, come una marea. Sarà stata l’influenza di tutte le grandi riflessione che vedeva formulare dagli altri in previsione di questa “grande serata”, sarà stata la sua natura malinconica che risentiva profondamente di ogni addio (sì, anche di quello ad un anno –mediocre- che se ne stava andando), fatto sta che Alice si ritrovò a fissare l’orologio sopra la sua scrivania interrogandosi sull’essenza stessa di quella notte.
Aveva provato a non pensarci, a sbattersi con crudezza davanti agli occhi tutta l’assurdità del suo ragionamento, eppure ciò non bastava, Alice continuava a vederla nettissima: una somiglianza tra l’ “idea stessa” dell’ultimo dell’anno e il senso di tutta una vita.
 Non aveva bisogno di pensarci troppo, le appariva nettissimo cosa fosse a rendere uniche quelle ore a cavallo del cambio di data: era la “possibilità”, era l’idea che  tra il prima e dopo di essere ci fosse una qualche chance che la realtà assumesse un altro tono, un altro senso, un altro sapore. A tale conclusione balzana  era arrivata dopo aver notato un dettaglio per i più insignificante o sciocco ma che a lei parve rivelatore: i bambini che nascono la notte di San Silvestro hanno allo stesso tempo la possibilità di essere gli ultimi del loro anno, i più piccoli, quelli che saranno sempre considerati un po’ gli arrivati di straforo e si riconosceranno per essere spesso più minuti dei loro coetanei (ai quali peraltro, taluni hanno il sentore di non appartenere a pieno titolo) oppure i primi dell’anno successivo, i "grandoni", quelli che spiccano in altezza e (si presume) in intelligenza. Stereotipi? Non più di tanto.
E’ come se in fondo la quella notte e la vita stessa ti dicessero “Senti, caro, non mi importa molto che tu sia nato di marzo-maggio-agosto-novembre, la domanda fondamentale è sempre e solo una: dicembre o gennaio?” Sei  di un anno o di quello successivo? Sei dentro o sei fuori? Sei o non sei?.
Un po’ come lo stretto di Bering, l’unica nozione di geografia che le fosse mai rimasta veramente impressa, ovvero quello stretto braccio di mare che separa il punto più ad est del continente asiatico dal punto più ad ovest di quello americano. Cosa c’entra? Beh quegli 85 chilometri  sono il pezzetto di terra in cui il mondo finisce…per poi ricominciare nella sua circolarità, l’anello in cui si sfiorano due  blocchi contrapposti. Anche per quel luogo viene da chiedersi: sei America o sei Asia? Sei l’oggi o sei il domani?.
Ma di fatto: cosa demarca il confine tra le due alternative in gioco?. Alice alle 3:54 di quel 1 gennaio come tanti altri, vide balenare davanti a sé la sua risposta: tutto e niente. Le parve lampante. Quel mare, di fatto, è solo mare, come del resto quell’istante tra le 23:59 e 0:00 non è nient’altro che un prosaico e difettoso Bosone di Higgs incapace di trasformare l’ “energia” delle illusioni in una “materia” che sia costituzionalmente diversa da quella generata 1 secondo prima.
Quell’istante è solo "un istante" e allora il ragazzo che nasce appena prima di lui è diverso da quello che nasce appena dopo di esso? Balle, quella ragazzo è sempre lo stesso. I suoi limiti, i suoi talenti, le sue passioni sono e saranno sempre le stesse. 
Alice sgranò gli occhi, spiazzata ma non turbata, quel ragionamento di chiarezza quasi scientifica l’aveva destabilizzata: era tanto lampante da risultare crudele. Le sembrava demolisse tante contrapposizioni in cui spesso si era perduta, occupatissima a scegliere da che parte stare, era capace di toglierle di mezzo come si spazzano le foglie da un piazzale, facendo sì possa vedere di nuovo il ruvido asfalto che lo costituisce. Ora, finalmente, Alice poteva osservarlo e leggervi a chiare lettere: “Siamo o ci fanno essere?”.







martedì 1 ottobre 2013

GMG a Lourdes: la forza di nuovi occhi



“Guardare e ri-guardare con occhi nuovi” questa potrebbe essere la frase adatta per sintetizzare la settimana trascorsa a Lourdes: abbiamo visto qualcosa, ma ci è data la possibilità di osservare di nuovo e meglio. Perché, e soprattutto, in che modo? Tutto ha inizio quando qualcuno ci fa una proposta (quella di partire o ripartire) e noi, magari senza nemmeno sapere bene il motivo, diciamo “sì”. Ci si mette in viaggio  e si arriva davanti ad una Grotta che ad alcuni dei nostri compagni di avventura ha già detto diverse cose, ad altri invece non fa che presentarsi in tutta la sua silenziosa imponenza.  
Normale, quindi, che i “nuovi” comincino a guardare incuriositi, un po' meno scontato il fatto che chi si trova a Lourdes per la quinta, sesta, settima volta, vedendo a distanza di tanto tempo lo stupore brillare nei loro occhi, abbia la sensazione di rivivere vecchie emozioni in modo più profondo che mai.
Il gruppo di quest'anno era composto in maggioranza da ragazzi che per la prima volta affrontavano questa avventura e il loro entusiasmo, la loro voglia di fare, la loro felicità sono stati doni preziosi per tutti coloro che a Lourdes avevano già ricordi e pensavano di aver terminato il proprio “tempo” davanti alla grotta di Massabielle. I loro occhi sono stati i nostri nuovi occhi. Ma una prospettiva “diversa” di Lourdes ce l'ha offerta anche l'organizzazione speciale che il Service des Jeunes ha creato per la settimana, pensata come una “mini GMG” in comunione spirituale con Rio. L’universalità della fede è sempre una grande risorsa: apre nuovi orizzonti a chi già in cammino e soprattutto “travolge” chi si accosta, con la spensieratezza e l’estrema sensibilità della propria adolescenza, all'essere cristiani. Abbiamo sperimentato questa “globalità del credere” in quei cinque giorni effettivi di “JMJ avec Rio” nei quali abbiamo conosciuto, molto di più rispetto agli anni passati, ragazzi nostri coetanei provenienti da tutto il mondo  per vivere un'esperienza unica. Siamo infatti stati testimoni di una commistione inedita: la gioia di una GMG (in cui si ritrovava lo “spirito”, oltre che le magliette,  di Madrid) unita al raccoglimento di un luogo come Lourdes dove la realtà pare deformarsi per inquadrare gli ultimi, i sofferenti nel corpo e nello spirito. Non è facile descrivere l'atmosfera respirata in quei giorni, “E’ indescrivibile a parole” dicono sinceramente Azzurra e Tiziano, ma una cosa è certa, aggiungono: è un'esperienza che “ Riempie il cuore di gioia”. Quest'anno non abbiamo fatto solo servizio con i malati, ma anche catechesi, messe alla Grotta, veglie di preghiera e abbiamo avuto possibilità di andare più agevolmente alle piscine come pellegrini. E' certamente questa l'esperienza che ha maggiormente segnato Damiano il quale afferma “Ho provato una sensazione di pace che mi ha profondamente toccato il cuore” che cosa bella, ma al tempo stesso strana da dire in merito ad una realtà che molti superficialmente considerano roba “da vecchi” o “da bigotti”. “Ti annoierai perché pregherai e basta” era stato detto ad Alessia prima della partenza, ora può certamente dire che non è andata così.
I momenti di catechesi, di altissimo livello, sono stati solo una parte delle intense giornate trascorse insieme nella condivisione totale di gioie (e anche di qualche disagio ed imprevisto). Momenti di prova serviti a farci riflettere su quanto siamo fortunati ad avere tante piccole e “banali” comodità e che  hanno rinsaldato in poco tempo i legami. Infondo è proprio questo il “vero miracolo di Lourdes”: accogliersi, “sentirsi accettati” come ha detto Alice, aspettarsi, sostenersi, migliorarsi reciprocamente. “Qui si vede l'anima” ha affermato Azzurra, ecco il motivo della gioia di cui si parlava: abbiamo trovato, o ritrovato, un luogo dove cade ogni maschera. Rimane ancora però un ultimo, importantissimo, passo da fare: capire che quel luogo possiamo e dobbiamo portarlo dentro di noi. “Diminuire, aprire, uscire” questi sono i tre verbi che il vescovo di Foligno monsignor Sigismondi, ci ha lasciato al termine dei suoi tre giorni di catechesi: diminuire le proprie esigenze, aprirsi al prossimo ed essere segni dell'amore di Dio, poi “uscire”. Uscire da se stessi, dai limiti del proprio egoismo e interesse, uscire ad annunciare che la felicità trovata è qualcosa di reale, un regalo che possiamo avere ogni giorno. Del resto era proprio il tema della JMJ “Andate e fate miei discepoli tutti i popoli!” ed è stato l'oggetto dell'ultima omelia “Se avete provato gioia in questi giorni, non private il mondo della possibilità di poterla sperimentare!”: un invio a missione che anche il Papa ha lanciato ai giovani a Rio e che probabilmente a casa  non avremmo compreso. Ora non resta che tornare a camminare sulle nostre strade, pronti a diffondere tutto quello che c'è stato insegnato: un esempio? Il fatto che per capire cosa vuole davvero il nostro cuore occorre risalire il flusso dei nostri pensieri, e se non riusciamo, andare a vedere “Dove guardano i vostri occhi?”. Solo così potremo imboccare una strada di verità che ci porterà lontano e avremo la certezza di ritrovarci, perlomeno con il cuore, tutti quanti a Cracovia.

                                                                                                                             Irene Bertelloni

giovedì 5 settembre 2013

Pensiero per la Sagra

Io lo so che non si abbattono le emozioni, non si demoliscono i ricordi, non si smontano le speranze.
Ci sono almeno due ragioni per cui io credo fermamente in tutto questo. La prima è molto banale: non riesco ad accettare il contrario. Non riesco a pensare che tutte le esperienze e i momenti vissuti insieme in questi venticinque anni possano essere spazzati via, o anche solo impolverati, da qualche braccio meccanico. La seconda motivazione invece mi viene (in modo del tutto inaspettato) dal mondo della matematica: è la vecchia questione della differenza tra “sufficiente” e “necessario”. Siamo tanti qui questa sera, e molto diversi, ma qualcosa che ci unisce: se ognuno di noi guarda attorno a sé sentirà riemergere uno, due, tre, mille aneddoti legati a questi pochi metri. Vedete però, la matematica mi ha insegnato che ognuno di questi luoghi: il bar, il bancone di Giancarlo, i tavoli “esterni” che non si trovano mai, la vasca delle panzanelle, sono tutti elementi “necessari” ma non “sufficienti”. Sono assolutamente “necessari” perché senza di essi non avremmo potuto vivere tutto quello che abbiamo provato, ma non sono affatto “sufficienti” perché siamo stati noi a dargli un nuovo significato. In fondo tutti noi siamo un po’ come questa sagra: pezzi unici, presi da chissà dove, magari anche un po’ strani e che si sentivano senza scopo, ma che assemblati insieme hanno trovato una nuova funzione, hanno vissuto una seconda vita. Noi però non siamo affatto rimasti gli stessi che sono partiti venticinque anni fa, ma anzi ci siamo allargati, aperti, arricchiti, e ogni pezzo che si è aggiunto dopo un breve rodaggio è andato velocemente a diventare parte del tutto. Segno quindi che forse c’è qualcosa più di una maglietta a renderci tutti uguali. “Qualcosa”, che certamente non viene giù insieme alle lamiere.
Il rischio però è che sotto le macerie del vecchio resti impigliata anche la speranza, imbrigliata dalla tristezza e appannata dalla stanchezza. Come possiamo evitarlo? Dobbiamo pensare l’abbattimento come un’occasione per poter mettere a nudo la struttura, quella che ha tenuto in piedi questi pezzi così diversi e li ha resi qualcosa di nuovo e vitale. Prendere questa armatura e costruirci sopra una nuova storia. Solo allora l’amarezza per una stagione che finisce diventerà la rincorsa da cui riprendere la strada, solo così l’arrabbiatura per una decisione che appare a metà tra la giustizia e l’accanimento potrà trasformarsi in una prova che non demolisce ma fortifica.
Resta un senso di incompiutezza, soprattutto per l’aver vissuto le ultime sere di sagra lontani dal pensiero che questa realtà sarebbe potuta terminare da lì a poco. Troppo entusiasmo ancora nell’aria, troppa contentezza negli occhi di tutti, soprattutto dei più piccoli che vedevamo sperimentare, ogni sera di più, le stesse emozioni che hanno accompagnato le estati dei tanti giovani transitati nella nostra parrocchia.
Lasciatemi aggiungere che il groppo alla gola ce l’abbiamo forse un po’ più di tutti noi “ragazzi grandi”, che qui c’abbiamo passato un’infanzia e che tra queste tavoli siamo diventati amici veri. I nostri vent’anni non ci permettono di piegarci facilmente all’idea che un luogo dove abbiamo passato gran parte della nostra adolescenza da qui a qualche settimana non esisterà più.
Io lo so che non si abbattono le emozioni, non si demoliscono i ricordi, non si smontano le speranze. In fondo, le “Luci” a San Pio X, non siamo noi?. 

Disegno di Liliana Ceragioli

lunedì 20 maggio 2013

"...Sopra una carrozza che ti porta via"


Alice era lì. Le gambe rigide piantate a terra, lo sguardo basso, la mano in tensione stringeva con forza eccessiva la sbarra di ferro. Il treno stava frenando. Una decelerazione lenta, prolungata, per cui già da qualche istante quel suono acutissimo aveva cominciato a lacerare il sempre uguale rumore di marcia. Il fischio stonato, tremulo, assordante che tante volte aveva sentito, le aveva sempre suggerito l'idea di un' imprecazione triviale e un po' goffa, come un'esclamazione spontanea suscitata da uno sforzo prolungato fatto controvoglia . In quel freddo pomeriggio primaverile invece, esso non le parve nient'altro che un rantolo straziante: se lo sentì palpitare alla bocca dello stomaco. Alice in quel momento non pensava. Nella sua testa rimbombava uno stato di cose confuse: parole, gesti, sguardi non delineabili precisamente, ma dalle quali sgorgava un silenzio che risultava del tutto impenetrabile, perché addensatosi nel vuoto lasciato dalla ragione.
L'unica cosa che seppe fare in questo stato fu voltarsi una, due, tre volte verso il vagone alla sua destra, poteva ancora vedere la sua testa appoggiata sullo schienale. Il vetro scuro della porta d'ingresso nella carrozza si frapponeva all'immagine, velandola di un alone grigiastro: pareva che tra lei e la persona di là dal vetro, che ora le dava le spalle in quanto proiettata verso la continuazione del suo viaggio, ci fosse già una vita di distanza. Pareva che in quei pochi metri non si fosse consumato soltanto il saluto imbranato di due anime che finalmente si erano trovate, ma che in quel banale pezzo di corridoio si fosse materializzata una barriera: la difficoltà che sorge dal rapportarsi con la persona a cui si sa di aver rivelato la propria verità più profonda.
Se avesse avuto un po' più di voce nel cuore, la voce necessaria per superare la “se stessa” di sempre, Alice avrebbe potuto fare tante domande ma questo non le era concesso. In fondo l’assenza di parole era stata la sconcertante reazione che l’aveva immobilizzata fin dal loro primo incontro. Una tensione irrazionale e quasi violenta al suo pensiero, un tremore profondo anche solo a sentire il suo nome, una perenne sensazione di insicurezza ogni volta che aveva la possibilità di prendere un’iniziativa: questo era come Alice viveva la sua presenza. Come poteva anche solo fissare i suoi occhi?.
E pensare che aveva atteso quel momento da un tempo inquantificabile, o meglio Alice avrebbe saputo dire con certezza quanti fossero i giorni trascorsi dall'ultima volta in cui avevano avuto la possibilità di vedersi, ma in questo caso “l’attesa” era qualcosa che andava oltre passare degli anni: si potrebbe dire che Alice attendesse quell’incontro da sempre, perché in fondo quello fu prima di tutto un incontro con se stessa.
“Non voglio scendere” erano state le sue ultime parole pronunciate prima dell’abbraccio, parole generiche e impotenti, articolate a tono di voce sommesso mentre sul suo volto le compariva un sorriso scomposto e nervoso, che tentava di coprire malamente la sua tristezza. Non aveva saputo fare ciò che avrebbe voluto, ciò che infondo non era possibile compiere: condensare in qualche sillaba tutto ciò che aveva dentro. 
Quando i suoi piedi toccarono il marciapiede del binario le parve di essere scesa da un’altra dimensione, cominciò a camminare, lentamente, come se non sapesse dove dirigersi. Ed era così, sapeva solo vagare...con la netta sensazione che tutto quello per cui sarebbe dovuta restare se ne fosse appena andato.


Foto di Carmen Prisco

lunedì 25 marzo 2013

La neve


-“Nonna non ha ancora fatto la grande nevicata quest'anno...”,  disse Alice con tono interrogativo in modo da stimolare un qualche sua riflessione, 
-“E' vero Alice,  anch'io l'ho notato”
-“A me non sembra un buon segno nonna, quest'assenza crea un clima strano, irreale, non sembra di essere in questa stagione! Ma a nessuno interessa, l'altro giorno ho provato ad aprire questo argomento con i miei compagni, ma loro non mi hanno neppure ascoltato. Certo, non è una cosa che dipende da noi, ma a me pare tanto naturale stupirmene...”.
Nonna ora la guardava negli occhi, placida, serena, ma con un'espressione intensa, “Sei sempre stata una ragazza particolare Alice”
Alla nipote queste parole suonarono quasi sgradite, “Che vuoi dire?” le chiese seriosa“Voglio dire che tu guardi al mondo con occhi diversi da quelli della maggioranza, tu guardi e interiorizzi, tu osservi e riporti ciò che hai visto dentro di te, ecco perché non puoi fare a meno di farti domande. E fai bene, fai sempre bene a farti domande, anche se ti paiono sciocche o includenti: ogni interrogativo che sorge dalla tua coscienza, ogni moto di curiosità, è un battito di vita che hai conquistato di poter sentire più forte.” 
Alice rimase in silenzio, non sapeva cosa dire. 
- “Vedi bambina, se tu continuerai a vivere così, se tu continuerai a non mettere mai un limite ai tuoi pensieri, dovrai imparare molto presto una cosa: ognuno di questi interrogativi deve accompagnarsi ad un'unica, importante considerazione. Vorrei poterti dire che essa è la loro risposta ma no, non lo è. E' una considerazione cruciale però, che va bene per qualunque cosa tu ti chieda: è la consapevolezza che c'è un tempo per ogni cosa.”
La ragazza era sempre più perplessa 
-“Nonna cosa vuoi dirmi?”- “Semplicemente, Alice, che sia che tu ti arrovelli su un sentimento, su un evento, su un desiderio, dovrai sempre tenere presente che ogni cosa non va mai considerata in assoluto, ma sempre e solo in relazione al tempo in cui essa diventa giusta. C'è un tempo per ogni cosa, ti ripeto”.
-“Ma lo so, non è una novità che ogni cosa arriva al momento giu...
-“No per favore, fammi finire, non  è questo che volevo dirti. Tu stai parlando di qualcosa che pare estremamente simile a ciò che ti voglio dire, ma che non potrebbe essere più diverso: tu stai parlando del'tempo dell'orologio. Tu stai parlando del tempo che scorre, del tempo dentro cui vivi. Io sto parlando del “tuo” tempo, del tempo interno.”
-“E che cos' è il tempo interno?”“Il tempo interno è il tuo progredire, il tuo maturare interiormente. Capisci ora cosa voglio dire?”
“No, direi proprio di no.”
Silenzio, nonna si fermò qualche istante a riflettere, poi riprese “Alice quando tu ti chiedi il perché di una cosa, devi pensare che esso si rivelerà nel “tuo” momento giusto: in quel momento della tua vita  in cui sarai pronta per riconoscerlo e comprenderlo. A te sembrerà che ciò avvenga in un momento determinato, ben preciso e individuabile, e che quindi dipenda dal mondo: in realtà esso accade solo quando tu sei davvero pronta ad accettarlo.” 
“Ma cosa centra tutto questo con la neve?”
“La neve, Alice, scenderà  quando tu avrai occhi tali da non poter fare a meno di vederla.” 

mercoledì 23 gennaio 2013

La coperta


Allora prendo i ricordi,
e li avvolgo in un panno caldo
rosso
d’amore e di coraggio.
Li rimbocco ben stretti
perché s’acquietino
e nel tepore smussino
i loro bordi taglienti. 
      
                                                (21 - 1 - 13)

lunedì 31 dicembre 2012

Pensiero Capodanno 2013

Per certi versi, questa è la mia giornata. E’ connaturato al mio modo di essere guardare sempre avanti, a ciò che viene dopo, fare progetti, avere obiettivi a lungo termine, ed è questo innegabilmente il giorno in cui ci si pone davanti al futuro visto come un’altra grande avventura fatta di nuovi 365 giorni. Si fanno progetti, ci si arma di buone intenzioni e in un certo senso ci si pasce in quell’idea tanto vaga quanto affascinante di una nuova possibilità che ci attende: lo sappiamo tutti, domani non faremo che svegliarci tardi con lo stomaco un po’ guastato e osservare un giorno che ci appare esattamente uguale al precedente, solo un po’ più corto. Ma forse è la prospettiva ad ingannarci: nella confusione del nostro pensiero focalizziamo solo quegli eventi straordinari che il nuovo anno dovrà portare con sé, momenti indimenticabili da annotare di lì a dodici mesi dopo, finendo così per sopravvivere inghiottiti dalla routine quotidiana mentre in attesa del brivido successivo. Il 2013 sarà l’anno dei miei vent’anni e se c’è un proposito con cui voglio iniziarlo è quello di vivere giorno per giorno, cercando (se non di trovare) perlomeno di chiedermi sempre i motivi per cui posso ritenermi fortunata. Continuando a fare il massimo, persistendo nella mia determinazione ma con la consapevolezza che il fatto stesso di aver la forza di continuare a credere e a sperare è già di per sé un dono meraviglioso. Questo è l’augurio che faccio a me stessa e a tutti voi. Buon anno!

martedì 25 dicembre 2012

"Vieni, nasci ancora"




Ieri sera per la prima volta dopo tanto tempo ho davvero guardato quel bambino. L’ ho osservato nella sua immobilità, nelle sue braccia aperte da sempre, nei suoi occhi fissi. Taceva, ma tutto intorno parlava per lui: la mia voce, le nostre voci, cantando compivano l’annuncio dei profeti, ognuno di noi si è presentato davanti alla grotta, pastore di se stesso, spogliato di tutte le sue convinzioni. Tutte le luci hanno allora brillato più nitide e forti, rese potenti da loro essere nient’altro che tanti gioiosi annunci di un unico evento.

Quel bambino è il destino che ci viene a prendere proprio quando si inizia a non crederci più, è l'emozione che guida quando la ragione comincia a vacillare, è la semplicità che irrompe nella difficoltà della vita quotidiana, è la forza della verità che rende liberi, il mistero che ci rende meno uomini. Buon Natale!

                                                                                                            Irene



Torni Signore, torni nel cuore 
col tuo silenzio denso di te.
E come i pastori un tempo 
ora noi ti adoriamo, 
e i nostri doni sono ciò che siamo noi.

Eri la luce, venivi nel mondo,
venivi tra i tuoi e i tuoi però 
loro non ti hanno accolto.
Ma noi ti invochiamo: vieni!
Ma noi ti vogliamo accanto,
la nostra casa è tua, t'accoglieremo noi.

E Tu che ritorni, tu che rinasci 
dove c'è amore e carità qui sei presente.
Tu per davvero vieni, tu per davvero nasci,
noi siamo uniti nel tuo nome e tu sei qui.

Vieni nasci ancora dentro l'anima,
vieni nasci sempre, 
nasci in mezzo a noi.
Per le strade luci, 
feste e musiche, 
ma Betlemme è qui!  (Daniele Ricci)

giovedì 20 settembre 2012

Lourdes 2012: Qui è come una seconda casa



E’ sempre una sfida provare a raccontare la settimana trascorsa a Lourdes, per la diversità degli stati d’animo con cui ciascuno dei partecipanti vive questa avventura, ma soprattutto per l’ unicità delle sensazioni provate, tanto intime e private da risultare quasi ineffabili. Alla partenza, il 22 luglio, ci siamo accorti con facilità che stava avvenendo un grande cambio generazionale: molti dei partecipanti  infatti andavano a Lourdes per la prima volta. Proprio l’età e l’esperienza hanno determinato la divisione del lavoro durante la settimana: i maggiorenni che lo desideravano hanno potuto fare servizio alle piscine, mentre gli altri hanno prestato servizio in ospedale o portato carrozzine, ma la peculiarità del “campo” si è dimostrata anche quest’ anno nella costante condivisione di ciò che si è vissuto durante le giornate, nei momenti di riunione serali.
Questo nostro settimo anno di servizio ha dimostrato con chiarezza una cosa: Lourdes sa parlare al cuore di ognuno di noi. Pur nella nostra diversità infatti, credo che nessuno possa dire di essere tornato a casa esattamente identico a com’è partito, perché tutti noi ci siamo accostati, ognuno a modo proprio, a quella grotta e ne abbiamo ricavato un periodo di silenzio per capire cosa fare della nostra vita, un momento di avvicinamento alla fede, un’occasione di ritrovo nella gioia, un tempo in cui mettersi in gioco. A differenza degli anni passati, in alcuni giorni il lavoro è venuto a mancare e nel gruppo è serpeggiata una delusione comprensibile, condivisibile, ma ripensando a quei momenti ora possiamo realizzare come siano stati utili perché ci hanno dato l’opportunità di prenderci un istante e guardarci dentro, stringere nuove amicizie o migliorarsi sempre più in attesa della prossima occasione di dare concretamente una mano: anche per tale motivo si può dire che quei cinque giorni effettivi trascorsi a servizio, siano stati in quest’ edizione, giorni (anche) al servizio di noi stessi. Giorni in cui interrogarci sulla provocazione che Don Piero ci ha lanciato ad inizio settimana donandoci un ciondolo con metà volto di Gesù e dicendoci: “trovate l’ altra metà di questo volto durante giorni che vivrete qui”: osservando la grande e meravigliosa eterogeneità della nostra comitiva, abbiamo realizzato che Dio quest’ anno si è fatto prossimo non solo mostrandosi nei malati che abbiamo incontrato ma anche unendo al nostro gruppo Sara Matteo e Francesca, i piccoli, che ci hanno arricchiti con il loro entusiasmo e la loro spontaneità, e nonna Giannina che grazie all’ avvicendarsi dei ragazzi ha potuto condividere con noi ogni momento, persino la Via Crucis affrontata sotto il caldo sole del pomeriggio.

E’ stato questo uno dei momenti, guidati da Padre Giancarlo, che ci hanno fatto approfondire il tema “Ave Maria”, l’ ultimo del triennio iniziato con il “Segno della croce” (2010) e “Padre Nostro” (2011): una riflessione sulla preghiera del Rosario, che risulta per noi al tempo stesso semplice e complessa nel suo richiedere concentrazione e silenzio “interiore”. E proprio mettendo in atto quanto appreso, provando a pregare con animo nuovo davanti alla grotta, alcuni di noi hanno sperimentato le emozioni per loro più vive e hanno visto sorgere le riflessioni per loro più intense. Lourdes è il luogo della luce, un bagliore apparso 154 anni ma che risplende ancora oggi: la luce si rifrange in mille angoli e diventa il lume dei flambeaux, la commozione negli occhi dei pellegrini accolti alle piscine, i sorrisi degli anziani accompagnati all’ adorazione, le candele che prolungano le preghiere di vicini e lontani. Ognuno dei pellegrini che vivono Lourdes diventa specchio in cui si riflette tale bagliore e contribuisce alla sua diffusione: venire qui è capire cosa veramente può voler dire essere “luce del mondo”. Il silenzio in cui ci si immerge non dà risposte ma in esso si può cercare di scoprire, confermare, verificare, fondare ciò che si prova e davanti alla grotta, di là dal Gave dove Bernadette a detto l’ ultimo addio al “suo cielo”, si può chiedere il dono della pazienza per attendere, della pace per accettare, della semplicità e dell’ umiltà per realizzare di non poter capire ma soprattutto la grazia di continuare a crescere insieme, nell’ attesa di tornare. Una delle cose di cui siamo più grati infatti è avere un posto dove andare e scoprire sempre di più noi stessi: ogni anno, all' arrivo a Lourdes, si prova la sensazione di recuperare una parte di noi che, durante il passare dei mesi, non è mai riuscita ad abbandonare del tutto la grotta. Così non si è potuto far altro che contemplarla da lontano, immersi nei mille altri pensieri della vita quotidiana, attendendo di poter ritornare ai piedi dei Pirenei e completarsi, aggiungendo anche quest' ultimo tassello mancate.
Come si dice “Home is where the heart is” e Lourdes si configura quindi sempre più come una seconda casa, una sorgente di affetti profondi e sinceri, un banco di prova con cui misurarsi, una fonte da cui attingere forza per continuare aldilà dei dubbi e delle difficoltà, una prova da cui si esce stanchi nel fisico ma molto più uniti nello spirito.
In occasione della grande messa internazione dei giovani, abbiamo avuto l’ occasione di suonare e cantare insieme e il senso del brano scelto è ciò che ci portiamo a casa, la convinzione che soprattutto quando le nostre strade  diventano “vuote e silenziose, deserte e sconosciute” Dio può “illuminare” il nostro cammino e sussurrarci “no non avere paura, se nel buio il tuo cuore un giorno perderai, io verrò da te, come un padre ti dirò: coraggio sono io”.
 

Irene Bertelloni

venerdì 10 agosto 2012

San Lorenzo (Capitolo I)


Sdraiata su un telo di nylon Alice fissava con occhi corrucciati e sguardo vigile la volta stellata della notte di San Lorenzo. Quella sera il cielo era talmente terso e sgombro di nubi che, proprio al suo mezzo, era perfino rischiarato dalla scia luminosa di un braccio della via lattea. “Come posso fare”, pensava Alice, “per avere più possibilità di vedere una stella cadente? Devo scegliere un punto di riferimento, concentrarmi su uno stralcio di cielo e attendere che sia attraversato da una cometa, oppure vagare con lo sguardo velocemente e sperare di avere fortuna? Se decido di osservare solo un piccolo gruppo di stelle corro il rischio di perdere l’ attimo e potrò solamente sentire gli altri dire “Eccola! L’ ho vista” ma quando avrò voltato lo sguardo la scia si sarà già spenta e a me resterà solo la meraviglia sul volto degli amici che mi sono accanto”. La riflessione era conciliata ad Alice dal clima speciale di quella notte: amava vivere in montagna, certo avrebbe cambiato alcune cose della sua vita, ma certamente non avrebbe barattato per nulla al mondo la possibilità di scostare le tende della sua camera e poter vedere la luce del sole illuminare le dolomiti.  La sua amata, isolata, silenziosa vita di montagna le concedeva poi serate come questa, in cui la completa assenza di illuminazioni artificiali, permetteva di immergersi in un buio così completo da fare paura: dal prato in cui era distesa poteva scorgere solo la croce del campanile della chiesa di  San Giacomo, tutte il resto del paese restava nascosto sotto, ingoiato nella vallata. Solo d’ estate le capitava di poter restare per così tanto tempo fuori di notte, e anche quella sera, pur essendo agosto,  aveva dovuto coprirsi bene per sopportare il fresco e la guazza notturne, così per qualche istante si perse ad osservare quel paesaggio noto ma reso irriconoscibile dall’ insolita atmosfera. “Le comete! Me ne sono dimenticata di nuovo…Basta, ora farò più attenzione” ma mentre si proponeva, fermamente, di vedere una stella cadente pensò “Se anche riuscissi a vedere una stella cometa, non avrei affatto idea di cosa chiedere, non ho un desiderio pungente, non ho qualcosa che vorrei assolutamente cambiare né qualcosa che vorrei profondamente avere, potrei forse chiedere di volere qualcosa” ma riflettendoci sopra si rese conto di quanto fosse triste e immaturo e ozioso “voler volere”, avrebbe certamente preferito essere animata da una grande passione, sentire il suo cuore battere per un emozione tale che non si sarebbe dovuta cercarla perché diventasse desiderio ma essa stessa, sarebbe apparsa come l’ unico desiderio possibile.


                                                                                                             (Continua...)











lunedì 11 giugno 2012

Ultimo giorno di Liceo

Ho sempre immaginato il mio ultimo giorno di scuola superiore come un momento speciale, certamente fuori dall'ordinario. Gioioso e al tempo stesso malinconico, perché si vede chiudersi una parte importante della nostra vita, un tempo che non tornerà più. Come tutti sapete oggi ciò non è stato possibile perché cose ben più gravi sono successe. Ho deciso comunque di pubblicare un pensiero annotato da me qualche mese fà in attesa di questo giorno:

"Scrivo queste righe che ritengo doverose volutamente prima dell' inizio degli esami per evitare che questa mia riflessione possa essere influenzata dall'esito della maturità, qualunque esso sia. Ho amato e amo la mia scuola e sono stata di giorno in giorno sempre più contenta di averla scelta. Mi ha dato tanto e io ho cercato di fare lo stesso: vi ho conosciuto grandi persone, compagni e professori, che mi hanno capita, incoraggiata, arricchita come studente e come persona. Una scuola dura, intensa, severa ma al tempo stesso bellissima e tutte le amicizie che ho stretto in questo percorso sono così forti anche perché sono basate sulla condivisione di gioie e dolori che si sono intervallati in questi cinque anni. Grazie a tutti e in bocca al lupo."

                                                                                                       Massa, 9 giugno 2012

mercoledì 21 marzo 2012

Facebook: quando anche amare diventa di moda


C’ è un momento nella giornata di ognuno di noi, in cui si ripensa a tutto ciò che si è detto, fatto, provato, qualche secondo di silenzio in cui i pensieri affiorano dalla confusione della nostra testa e li vediamo, davanti a noi. Proviamo per un attimo ad immaginare di poter fare questo stesso viaggio pensando non ad una giornata, ma alla nostra intera vita; allora saremmo in grado di valutare quali istanti siano stati davvero impagabili, irripetibili e quali invece abbiano perso il loro valore dimostrandosi falsi o sciocchi ma saremo in grado di fare ciò solo se avremmo dato alle nostre emozioni un giusto nome e saremmo riusciti a capire come esprimerle. Nasce da questo l’ idea di fare una riflessione sulle parole, sul loro significato profondo e poi non tanto soggettivo. Chiunque sia iscritto a Facebook o abbia un rapporto con il mondo giovanile potrà facilmente sentire  ragazze della nostra età chiamarsi “amore” e dirsi senza troppa difficoltà ne imbarazzo “ti amo!”, questo fatto, lo confesso, mi ha sempre lasciato un po’ stupita, certo ognuno dà alle parole un valore soggettivo e sicuramente qualcuno potrebbe obbiettare che questa parola, dal significato così forte, venga usata per esprimere un sentimento maggiore dell’ amicizia…Ma siamo sicuri non ci siano alternative? Credo che ciò che muove in questa “direzione” sia quella pigrizia letteraria che  porta tanti di noi a non usare i congiuntivi, a parlare con abbreviazioni, a rispondere a monosillabi. Ma stavolta stiamo andando a toccare un tema molto delicato. E’ anche grazie alle parole che possiamo esprimere i nostri sentimenti più profondi, sono le parole che ci permettono di far prendere valore al silenzio, sono le grandi parole che hanno reso famoso il nostro paese, le culture e la letterature di ogni tempo sono pervase dall’ amore, sentimento capace di svelare fragilità anche dei grandi personaggi della storia,  che diventano così più umani e più vicini a noi, da Dante a Hikmet, da Saffo alla Fallaci; l’ amore si fa verso, canto, rabbia, pianto, lotta.
Lasciare che esca, come qualsiasi altra parola,  dalla nostra bocca è  svuotarla della sua magia senza attendere l’ attimo in cui pronunciarla ci renderebbe per sempre partecipi della sua immortalità.
                                                                               

venerdì 17 febbraio 2012

La pioggia nel pineto

Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.
Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse,
piove su i pini
scagliosi ed irti,
piove su i mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
su i ginepri folti
di coccole aulenti,
piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l'anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
t'illuse, che oggi m'illude,
o Ermione.

Odi? La pioggia cade

su la solitaria
verdura
con un crepitío che dura
e varia nell'aria
secondo le fronde
più rade, men rade.
Ascolta. Risponde
al pianto il canto
delle cicale
che il pianto australe
non impaura,
nè il ciel cinerino.
E il pino
ha un suono, e il mirto
altro suono, e il ginepro
altro ancóra, stromenti
diversi
sotto innumerevoli dita.
E immersi
noi siam nello spirto
silvestre,
d'arborea vita viventi;
e il tuo volto ebro
è molle di pioggia
come una foglia,
e le tue chiome
auliscono come
le chiare ginestre,
o creatura terrestre
che hai nome
Ermione.

Ascolta, ascolta. L'accordo

delle aeree cicale
a poco a poco
più sordo
si fa sotto il pianto
che cresce;
ma un canto vi si mesce
più roco
che di laggiù sale,
dall'umida ombra remota.
Più sordo e più fioco
s'allenta, si spegne.
Sola una nota
ancor trema, si spegne,
risorge, trema, si spegne.
Non s'ode voce del mare.
Or s'ode su tutta la fronda
crosciare
l'argentea pioggia
che monda,
il croscio che varia
secondo la fronda
più folta, men folta.
Ascolta.
La figlia dell'aria
è muta; ma la figlia
del limo lontana,
la rana,
canta nell'ombra più fonda,
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su le tue ciglia,
Ermione.

Piove su le tue ciglia nere

sìche par tu pianga
ma di piacere; non bianca
ma quasi fatta virente,
par da scorza tu esca.
E tutta la vita è in noi fresca
aulente,
il cuor nel petto è come pesca
intatta,
tra le pàlpebre gli occhi
son come polle tra l'erbe,
i denti negli alvèoli
con come mandorle acerbe.
E andiam di fratta in fratta,
or congiunti or disciolti
(e il verde vigor rude
ci allaccia i mallèoli
c'intrica i ginocchi)
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su i nostri vólti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l'anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
m'illuse, che oggi t'illude,
o Ermione. (Gabriele D' Annunzio)


Commento
L' occasione per la composizione di questa poesia è offerta da un evento inatteso: il poeta è sorpreso, mentre si trova in una pineta, da uno scrocio di pioggia. D'Annunzio, tramite l' enigmatica figura di Ermione, introduce il lettore in un paesaggio che appare tanto realistico (per la minuziosa descrizione delle piante presenti) quanto trasfigurato. Fondamentale nella creazione di quest' atmosfera surreale è la struttura sintattica: vi è la netta prevalenza della paratassi per asintoto, la quale, insieme all' anafora di "e", dà l' idea dell' avvicendarsi serrato delle percezioni sensoriali ed emotive. I numerosi enjambement conferiscono musicalità e velocità al componimento che è caratterizzato da un linguaggio di registro medio, impreziosito da latinismi come "aulenti, silvani, cinerino", e spezzato in brevi ed incisive frasi. Da notare l' uso di figure retoriche tipiche del decadentismo come l' onomatopea "crociare" o le frequenti similitudini. Sono proprio questi numerosi paragoni "volto ebro...come una foglia, chiome...come le chiare ginestre, occhi...come palle, denti...come mandorl" e le più rare metafore "pino, mirto, stromenti sotto innumerevoli dita" a favorire la fusione uomo - natura. Nella poesia infatti trova la sua massima espressione il "panismo", presente già in altre poesie di D' Annunzio, e la metamorfosi dei due protagonisti avviene tramite la pioggi: prima essa baglia le loro mani e  loro visi, poi la sua continua caduta, espressa dall' anafora del verbo "piove", arriva a renderli creature "d' arborea vita viventi". Ammonendo Ermione a tacere e ascoltare, il poeta contemporaneamente ne descrive la trasfigurazione: essa è "quasi fatta virente" tanto è immersa nella natura. I due, attori e al tempo stesso spettatori di questa magia, avanzano insieme "or congiunti or disciolti" verso quell' ignoto assoluto ("chi sa dove! chi sa dove!") che i decadenti tanto cercavano. Le loro identità sono unite dal  "verde vigor rude", che sale sulle loro gambe, e dalla pioggia che fonde i loro corpi così come i loro spiriti. Il componimento si chiude ripentendo un gruppo di versi iniziali, quelli che più chiaramente esprimono l' effetto della pioggia estiva: ciò è segno che il poeta ha osservato il paesaggio, lo ha filtrato con la sua sensibilità e lo ha offerto al lettore. Ma dopo il viaggio ideale verso l' ignoto non gli resta che tornare alla "favola bella", fatta disillusioni e di speranze, da cui lui e Ermione sono partiti. 






Ovviamente tutto ciò è  una mia liberissima (e quindi opinabilissima) interpretazione.

domenica 12 febbraio 2012

A scuola di responsabilità: incontro con Don Luigi Ciotti

Nella mattinata di mercoledì 8 febbraio presso l’ aula magna del liceo classico “P. Rossi” Don Luigi Ciotti ha incontrato gli studenti dell’ istituto, in occasione della settimana di lezioni alternative. Il fondatore di Libera ha preso spunto per il suo intervento da alcune provocazioni che gli sono state poste da tre alunne ed ha esordito in modo particolare, invitando gli ascoltatori a “cancellare” per qualche istante la parola “mafia” dalla loro mente, in modo da potersi guardare attorno e capire come il problema della legalità non riguardi solo certe regioni d’ Italia ma tutto il nostro paese. Animato da un trasporto indicibile, Don Luigi ha parlato per quasi due ore, è riuscito a catturare e mantenere l’ attenzione dei presenti  portando esempi concreti, come le storie di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Rita Atria ma anche presentando con forza i principi alla base dello stato, quei valori che Libera vuole difendere. Giustizia e dignità umana: sono questi i punti fondanti della società civile, ma questi non possono esistere se non c’ è la responsabilità “spina dorsale del nostro paese”. Rispondendo alle domande Don Luigi si è soffermato soprattutto sul tema dell’ “educazione alla legalità democratica”, ha più volte ribadito che “la legalità è lo strumento, il mezzo per arrivare al fine, la giustizia” e ha insistito sul fatto che tutti noi cittadini, non possiamo chiedere allo stato di fare la sua parte nella lotta alla mafia se prima ognuno non riflette sulla propria condotta. Il suo intervento ha profondamente coinvolto i giovani ascoltatori per il suo taglio storico, pragmatico e sociale. Non è mancato però un momento in cui, sollecitato da una specifica domanda, Don Ciotti ha parlato anche del suo essere sacerdote e ha spiegato come questa vocazione possa coesistere con il suo impegno in Libera, associazione che si definisce “apartitica” e “anticonfessionale”: la sua vita cristiana infatti si arricchisce confrontandosi con quella di altre persone ebree, islamiche o atee, che lavorano insieme per raggiungere obiettivi comuni. Questa varietà è un valore aggiunto all’ interno Libera e dovrebbe essere sempre considerata tale: “Guardiamoci, che bello! In questa stanza siamo tanti e siamo tutti diversi!”, ha esclamato Don Luigi sorridente. A chi gli chiedeva qual è lo scopo delle varie iniziative che Libera promuove e coordina, Don Ciotti ha risposto che è certamente l’ educare noi stessi alla “nostra responsabilità” e il diffondere questi valori tramite l’ istruzione pubblica perché, come disse Antonio Caponnetto: “La mafia teme la scuola più della giustizia. L'istruzione taglia l'erba sotto i piedi della cultura mafiosa”. Libera infatti, oltre a coordinare più di 1500 associazioni, porta avanti progetti in 4500 scuole d’ Italia ed è quindi in contatto con i giovani che, Don Ciotti ha precisato, prima di essere il futuro del nostro paese ne sono anzitutto il presente. Dopo un’ ampia parte dedicata  a questi temi, Don Luigi ha ricordato la sua esperienza all’ interno del “Gruppo Abele” (da lui stesso fondato nel 1965 a sostegno di persone in difficoltà a causa tossicodipendenze o disagi sociali) e ha sottolineato che le droghe e le nuove forme di dipendenze, come l’ uso smodato di internet o il gioco d’ azzardo, sono espressione di un malessere che non può e non deve essere sottovalutato.

domenica 5 febbraio 2012


I legami più difficili da spezzare, sono quelli che hanno inconsciamente posto le loro radici in fondo al cuore: estranei alla ragione, stretti in un abbraccio.

sabato 4 febbraio 2012




Ho esitato a trapassare
il velo della verità.
Consciamente abbandonata
nel sogno della tua perfezione.

domenica 8 gennaio 2012

Presepe Vivente Interattivo


C’ è una profonda differenza tra vivere il Presepe Vivente da spettatori o da personaggi, perché coloro che hanno dato vita, in questi giorni, agli abitanti di Betlemme o di Gerusalemme hanno cominciato il loro cammino verso la capanna, qualche mese fa, e come ogni viaggio che può definirsi tale, ci sono stati imprevisti, ripensamenti, scoperte. Ho cominciato la mia seconda avventura come popolana nel Presepe Vivente Interattivo tre anni dopo la prima volta, cresciuta, maturata ma, devo ammetterlo, con entusiasmo “timoroso”, per i molti impegni e per la compagnia con cui cominciavo quest’ esperienza. Non so bene cosa mi ha fatto trovare la forza di non mollare, di mantenere l’ impegno preso, forse il ricordo positivo dell’ edizione passata o forse quella forza che spinge a fare certe cose per un motivo che al momento ci sfugge ma che appare poi in tutta la sua chiarezza, e così è stato. Ho capito fin da subito che quest’ anno sarei necessariamente dovuta uscire dalla mia casetta di Betlemme, che Sarah (questo  è il mio nome ebraico) avrebbe dovuto fare  passi avanti, conoscere nuovi compagni di strada. Superato il blocco iniziale, mentre un po’ di tensione  infondo resta sempre, ho imparato ad esprimere un po’ meglio i miei pensieri, a leggere sui volti delle migliaia di persone che ho incontrato le loro attese, le delusioni, le domande non espresse. E’ incredibili la diversità delle reazioni che i tanti visitatori hanno avuto alle nostre domande: alcuni sono riusciti a guardarci in faccia e ci hanno parlato, mentre camminavano, altri invece non aspettavano altro che potersi fermare e porci, magari con sfida, domande insidiose, ma la maggior parte aveva voglia di entrare un mondo diverso, dove poter in un certo senso tornare ingenui e curiosi. Tra le tante parole dette, tra le tante storie sfiorate, voglio condividerne una particolare: la sera del 5 gennaio mi viene chiesto di cambiare postazione, accetto.
Per mia fortuna mi viene messa accanto Ester, molto più esperta e preparata di me, grazie alla quale posso entrate con facilità in contatto con quasi tutti i visitatori che arrivano, vista l’ ora tarda, a gruppi di dieci o quindi persone. La postazione ci aiuta, si tratta di una cantina arredata a casa, che attira  la curiosità di chi vi passa accanto, fin da subito vediamo tante persona sbucare dalla porticina, restare sull’ uscio ad osservare e commentare sotto voce: cogliamo l’ occasione per invitarli ad entrare e, se vogliono, a sedersi con noi. Riusciamo a parlare quasi con tutti ma resta ovviamente un certo distacco, anche perché siamo all’ inizio del percorso e la gente è ansiosa di proseguire. Ecco però che tra un’ ondata e un’ altra, si affacciano alla porta una giovane ragazza e una signora: a differenza degli altri, accettano subito e molto volentieri di sedersi un po’ con noi, sono loro a porre domanda, la ragazza ci guarda sorridente, profondamente interessata alle informazioni che le stiamo dando. Ripetiamo a tutti quelli che entrano (da un mezz’ ora buona ormai) di Joshua, di Miriam, di Joseph e di come sono arrivati in città, ma mentre racconto alle due donne questa solita storia, ogni parola acquista una sfumatura nuova, diversa, aggiungo dettagli, capisco che quello che sto dicendo ha davvero un valore per lei che mi guarda con occhi pieni di una curiosità quasi infantile che si mescola con la sensibilità e la serietà dell’ adulto. Il nostro incontro, il nostro confronto, perché questo è stato, è durato almeno tre minuti, cosa rara, e dopo averle detto quanto so, le ribadisco che io infondo non sono ancora stata a vedere quel bambino, e che magari: “Voi potente andare e…”, “E tornare a raccontare!” dice lei. Prima di andare ci chiede se può farsi una foto con noi, aderenti al nostro personaggio non cadiamo nella trappola, rispondiamo “foto? non so di cosa parli…”, “Voglio portare a casa il vostro ricordo” ci spiega, a questo punto, molto volentieri, accettiamo. E quando la vedo uscire dalla porta, penso che non sarò più qui quando avrà finito il giro e visto Joshua, il turno ormai è alla fine e non potrà veramente “tornare a raccontare” perché Sarah sarà tornata ad essere Irene,  il Presepe sarà chiuso  e la finzione avrà lasciato spazio alla realtà, ma forse c’ è qualcosa di questa magia che posso e devo portare con me…

sabato 31 dicembre 2011

Riflessione 2011


Trovo sia importante alla fine di ogni anno voltarsi indietro e riflettere per qualche istante sui dodici mesi che sono trascorsi. Un po’ come accade alla fine di una giornata, quando si va a letto, e chiudendo gli occhi, prima di prendere sonno, si vedono scorrere davanti a noi i suoi momenti salienti: non siamo noi a scegliere quali attimi rivivere ma sono loro a riemergere dal buio e scatenare di nuovo in noi delle emozioni. Facendo questo semplice viaggio mentali si ritrovano tutti i suoni, i colori, le emozioni, ricoperti da una patina di nostalgia malinconica. Oggi a maggior ragione mi sento di fare ciò per l’ anno 2011 che è stato certamente il più intenso della mia vita fino ad oggi. E’ stato l’ anno della maggiore età, della patente presa, del viaggio a Madrid, dell’ Orientamento Universitario a San Miniato. Un anno di esperienze insomma, esperienze che, purtroppo, non sono state tutte positive: ci sono lunghi mesi di quest’ anno che rimarranno segnati dalla difficoltà che ho provato in quei momenti per diversi motivi, che mi hanno obbligata a crescere e ridare il giusto peso a tante sentimenti e a tante persone. Il 2011 è stato l’ anno delle speranze, alcune deluse, altre realizzate, l’ anno delle scommesse con me stessa, l’ anno del confronto con tante realtà che credevo non sarei mai arrivata ad affrontare. Mi sono affacciata ad un sogno grazie a San Miniato, mi sono affacciata al mondo grazie a Madrid. Ho potuto conoscere persone stupende e trascorrere con loro una settimana importantissima perché in essa ho intravisto nuovi orizzonti, ho vissuto per venti giorni in Spagna in mezzo a milioni di giovani con cui ho condiviso momento toccanti e irripetibili, accolta e amata da una “mamma spagnola” (cit.). Conservo queste emozioni nel mio cuore legandole a tutti i volti delle persone che maggiormente rappresentano queste situazioni vissute, persone che ringrazio il cielo siano state poste sul mio cammino. Ma il 2011 è stato anche l’ anno delle scoperte, perché viaggiare, mettersi in gioco e guardare aldilà del proprio piccolo mondo, hanno come conseguenza inevitabile conoscere nuove realtà o, ancora meglio, riscoprire persone che già facevano in qualche misura parte della nostra vita ma non si erano rivelate in tutta la loro bellezza. Allora per questo 2012 che sta arrivando, anno di grandi cambiamenti, in cui dovrò prendere decisioni importanti e affrontare sfide piuttosto ambiziose, non posso che augurarmi di avere accanto questi vecchi e nuovi amici, che mi sono stati vicini in questo anno, nei momenti bui e in quelli entusiasmanti, per poter iniziare con loro il cammino verso questa nuova vita.
 “Cerchiamo di godere intensamente della compagnia degli amici perché non sappiamo fino a quando potremo goderne. Troppe volte forse li abbimo lasciati soli per intraprendere un viaggio e tanto spesso, pur trovandoci nella stessa città, non li abbiamo visti”. (Seneca)

Buon 2012 a tutti!

sabato 17 dicembre 2011

Ricordi di Natale


Se ci pensi ancora la senti l’ attesa,
il Natale passato chiuso nei giochi che tieni in cantina,
e questi giorni che brillano al calore vitreo delle luci dorate
sembrano staccare le difficoltà dalla magia della veglia
e nasconderle là dove il vento freddo non le possa trovare,
torneranno forse, spinte dagli ultimi mesi d inverno
ma noi ci faremo piccoli
e ci stringeremo di nuovo in quella grotta,
al caldo aspetteremo le lunghe giornate d' estate
nelle sere d' agosto volgeremo gli occhi al cielo e le stelle, quelle vere,
ci faranno compagnia.
                                                                           19/12/08

giovedì 8 dicembre 2011

Misologia e Misantropia

Socrate: «Prima di tutto bisogna stare attenti che non ci succeda qualche guaio». Fedone: «E quale?» domandai. «Che non diventiamo dei misologi, come certi che diventano misantropi. Non c'è male peggiore che questo di odiare ogni discussione. Misologia e misantropia nascono nello stesso modo. La misantropia nasce quando si è riposta eccessiva fiducia in qualcuno, senza conoscerlo bene, ritenendolo amico leale, sincero, fedele mentre poi, a poco a poco, si scopre che è malvagio e infido, un essere del tutto diverso. Quando questa esperienza si ripete più volte, specie con quelli che stimavamo più fidati e più amici, si finisce, dopo tante delusioni, con l'odiare tutti e col credere che in nessun uomo vi sia qualcosa di buono. Non succede così?» «Proprio così» risposi. «E non è ingiusto, questo? Non è forse vero che chi si comporta così evidentemente vive tra gli uomini senza averne nessuna esperienza? Se infatti li conoscesse appena, saprebbe che son pochi quelli veramente buoni o completamente malvagi e che per la maggior parte, invece, sono dei mediocri». «In che senso?» ribattei. «È lo stesso delle cose molto piccole e molto grandi. Credi forse che sia tanto facile trovare un uomo o un cane o un altro essere qualunque molto grande o molto piccolo o, che so io, uno molto veloce o molto lento o molto brutto o molto bello o tutto bianco o tutto nero? Non ti sei mai accorto che in tutte le cose gli estremi sono rari mentre gli aspetti intermedi sono frequenti, anzi numerosi?» «Ma certo» riconobbi io. «E non credi che se si facesse una gara di malvagità, pochissimi arriverebbero tra i primi?» «È probabile» ammisi. «Altro che» disse. «Ma su questo punto, non si può fare un parallelo tra le discussioni e gli uomini. Il fatto è che tu hai continuato a discutere e io ti son venuto dietro. Si può vedervi una relazione, invece, in questo senso, quando uno presta, cioè, troppa fede a una tesi e la ritiene buona senza conoscerla a fondo e poi in un secondo momento, gli sembra falsa, a volte anche a ragione, ma a volte a torto, e quando questo gli capita spesso... Tu sai bene che quelli che si perdono in discussioni sul pro e sul contro finiscono col credersi dei sapientoni e di essere i soli ad avere intuito che niente a questo mondo, e tanto meno le discussioni, è stabile e sicuro, e credono che tutto, come nell'Euripo, vada su e giù, senza sosta, senza un momento di tregua» «È proprio vero, è così !» affermai. «Ebbene, Fedone» riprese, «sarebbe una cosa veramente deplorevole se, con tutte le tesi vere e sicure che vi sono e vengono riconosciute tali, soltanto per il fatto che ci si imbatte in altre che, pur essendo sempre le stesse, ora ci sembrano vere ora false, si finisse col dare la colpa non a se stessi e alla propria incapacità ma, per la stizza, agli argomenti e si passasse tutta la vita a odiare e maledire ogni discussione privandoci, così, della verità e della conoscenza della realtà».

(Cap. 39 dal Fedone di Platone)